CON LA LEGGE DI BILANCIO 2027 SI INTENDEREBBE FINANZIARE LA FLESSIBILITA’ IN USCITA A 64 ANNI METTENDO ANCORA UNA VOLTA LE MANI NELLE TASCHE DEI PENSIONATI.
SI TENTA DI IMPOVERIRE GLI ASSEGNI PENSIONISTICI MEDIO-ALTI PER CUI LA PREVIDENZA RISCHIA DI DIVENTARE UN BANCOMAT PER FINANZIARE LE PROMESSE ELETTORALI “MANCATE” – LEGGASI ABOLIZIONE DELLA LEGGE FORNERO- RUBACCHIANDO DI QUA E DI LA’ AI PENSIONATI.
C’è una contraddizione che merita di essere denunciata con chiarezza: mentre il Governo annuncia nuove possibilità di pensionamento anticipato, con particolare riferimento all’uscita dal lavoro a 64 anni, torna ad affacciarsi l’ipotesi di reperire risorse attraverso una riduzione della rivalutazione automatica delle pensioni.
In altre parole, si promette a una parte dei lavoratori la possibilità di lasciare prima il lavoro e, contemporaneamente, si rischia di far pagare una parte del conto a chi dal lavoro è già uscito e percepisce una pensione maturata dopo decenni di contributi.
Non siamo di fronte a una questione meramente tecnica. Siamo di fronte a una scelta politica che riguarda il rapporto tra lo Stato e milioni di pensionati, il valore dei diritti previdenziali e la tutela del potere d’acquisto delle prestazioni.
E soprattutto siamo di fronte al riproporsi di una vecchia pratica: quando le risorse pubbliche non bastano, la perequazione delle pensioni diventa uno degli strumenti più semplici per fare cassa.
1. La nuova ipotesi: sei fasce di rivalutazione al posto delle tre attuali
Le indiscrezioni circolate il 29 e 30 ottobre 2026 sulla Legge di Bilancio 2027 descrivono una possibile modifica del sistema di rivalutazione automatica delle pensioni.
L’attuale meccanismo, secondo la disciplina ordinaria, prevede tre livelli di indicizzazione:
- 100% dell’inflazione per la quota di pensione fino a quattro volte il trattamento minimo INPS;
- 90% per la quota compresa tra quattro e cinque volte il trattamento minimo;
- 75% per la quota superiore a cinque volte il trattamento minimo.
La nuova ipotesi, invece, sarebbe caratterizzata da sei fasce:
| Importo complessivo della pensione | Rivalutazione ipotizzata |
|---|---|
| Fino a 4 volte il minimo INPS | 100% |
| Da 4 a 5 volte il minimo | 90% |
| Da 5 a 6 volte il minimo | 60% |
| Da 6 a 8 volte il minimo | 50% |
| Da 8 a 10 volte il minimo | 40% |
| Oltre 10 volte il minimo | 35% |
La questione più preoccupante non riguarda soltanto la riduzione delle percentuali, ma il possibile cambiamento del criterio applicativo.
Secondo le anticipazioni, infatti, si vorrebbe passare dal sistema per scaglioni a quello per fasce: la percentuale di rivalutazione sarebbe determinata in funzione dell’importo complessivo della pensione, con un trattamento differenziato per le diverse fasce e una salvaguardia della quota fino a quattro volte il minimo.
È proprio questo aspetto a meritare particolare attenzione. Se la percentuale ridotta viene applicata a una parte più ampia dell’assegno anziché soltanto alla quota che supera la soglia, il sacrificio economico per il pensionato può diventare sensibilmente maggiore.
Occorre però precisare che queste percentuali e modalità applicative sono ancora oggetto di anticipazioni giornalistiche: non devono essere confuse con una disposizione definitivamente approvata.
2. Cosa prevede oggi la legge sulla perequazione delle pensioni?
La perequazione automatica non è un regalo dello Stato ai pensionati. È un meccanismo previdenziale che ha la funzione di adeguare gli assegni all’aumento del costo della vita.
La sua finalità è evitare che l’inflazione riduca progressivamente il valore reale della pensione, soprattutto quando il pensionato non dispone più della possibilità di recuperare attraverso il lavoro la perdita del proprio potere d’acquisto.
Le principali disposizioni normative sono:
Articolo 38, secondo comma, della Costituzione. Garantisce ai lavoratori il diritto a mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di vecchiaia. È uno dei fondamenti costituzionali della tutela previdenziale.
Articolo 36 della Costituzione. Il principio di proporzionalità e sufficienza della retribuzione trova applicazione anche nei trattamenti pensionistici, considerati retribuzione differita.
Articolo 11 del D.Lgs. 503/1992. Collega la rivalutazione dei trattamenti pensionistici alla variazione dell’indice del costo della vita rilevata dall’ISTAT.
Articolo 34 della Legge 448/1998. Stabilisce il criterio di applicazione della perequazione in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti pensionistici percepiti dal beneficiario.
Articolo 69, comma 1, della Legge 388/2000. Introduce il meccanismo di rivalutazione differenziata per fasce di importo, con percentuali decrescenti al crescere della pensione.
Articolo 1, comma 478, della Legge 160/2019. Ha definito il meccanismo ordinario di rivalutazione che, dopo le deroghe temporanee, è tornato a operare dal 2025.
È dunque evidente che la perequazione rappresenta una componente essenziale della tutela previdenziale. Il legislatore può modificarne temporaneamente le modalità, ma non può ignorare i principi di ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza.
3. Il precedente del 2014 e del 2015: quando i pensionati hanno già pagato il conto
Non è la prima volta che si interviene sulle pensioni per recuperare risorse finanziarie.
Il precedente più significativo è quello del biennio 2012-2013, con conseguenze anche negli anni successivi.
Con il Decreto-Legge 201/2011, convertito nella Legge 214/2011, il Governo Monti aveva disposto il blocco della rivalutazione per le pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo INPS.
Una misura che colpì una platea molto ampia di pensionati e che determinò una perdita del potere d’acquisto destinata a produrre conseguenze anche negli anni successivi.
La Corte costituzionale, con la storica sentenza n. 70 del 2015, dichiarò illegittimo il blocco nella parte in cui escludeva la rivalutazione per i trattamenti superiori a tre volte il minimo.
La Corte sottolineò che il sacrificio imposto ai pensionati aveva superato i limiti della ragionevolezza e della proporzionalità, compromettendo il potere d’acquisto e le legittime aspettative dei titolari delle pensioni.
Ma cosa accadde dopo?
Il Governo intervenne con il Decreto-Legge 65/2015, convertito nella Legge 109/2015, introducendo un meccanismo di restituzione soltanto parziale degli importi non rivalutati.
Per il biennio 2012-2013 vennero riconosciute percentuali di rivalutazione pari al:
- 40% per le pensioni comprese tra tre e quattro volte il minimo;
- 20% per quelle tra quattro e cinque volte il minimo;
- 10% per quelle tra cinque e sei volte il minimo.
Per le pensioni superiori a sei volte il minimo venne sostanzialmente confermato il blocco.
Anche per il biennio 2014-2015 il recupero venne ulteriormente limitato.
Il risultato fu che il riconoscimento dell’illegittimità costituzionale del blocco non si tradusse nella restituzione integrale di quanto i pensionati avevano perso.
Ecco perché parlare di un nuovo intervento sulla perequazione significa riaprire una ferita mai completamente rimarginata.
Il pensionato, infatti, non perde soltanto l’incremento relativo all’anno nel quale viene applicato il taglio: perde anche la possibilità di consolidare quell’incremento nella base di calcolo delle rivalutazioni successive.
È questo il vero effetto moltiplicatore dei tagli alla perequazione.
4. Il progetto dei 64 anni: una flessibilità che rischia di essere pagata due volte
La Lega di Matteo Salvini insiste da tempo sulla necessità di superare la rigidità della Legge Fornero, proponendo nuove possibilità di uscita anticipata. Per la Legge di Bilancio 2027 si parla di una nuova forma di pensionamento a 64 anni, con 36 anni di contributi.
Il Governo ha previsto un fondo di 850 milioni di euro destinato a rafforzare la flessibilità in uscita per chi accede alla pensione con il sistema contributivo.
Ma c’è un particolare che non può essere sottaciuto E CHE NON VIENE SPIEGATO !
L’uscita anticipata a 64 anni, secondo l’impostazione contributiva attualmente prevista per questa forma di pensionamento, comporta il calcolo dell’intero assegno con il sistema contributivo per chi non possiede già i requisiti per il pensionamento anticipato ordinario, anche se ha diritto al calcolo misto oppure interamente retributivo.
Questo determina una pensione inferiore rispetto a quella che il lavoratore avrebbe maturato continuando a lavorare e accedendo successivamente al pensionamento con il sistema misto.
Non basta quindi annunciare la possibilità di andare in pensione a 64 anni. Bisogna spiegare ai lavoratori quanto costerà realmente questa scelta.
E qui emerge la contraddizione politica.
Da una parte si cerca di presentare la misura come un superamento della Legge Fornero; dall’altra si rischia di introdurre un’uscita anticipata finanziata con risorse limitate e accompagnata da una penalizzazione economica per chi decide di utilizzarla.
Non si può chiamare libertà di scelta una possibilità che rischia di trasformarsi in una penalizzazione permanente dell’assegno.
E non si può presentare come una conquista previdenziale una misura che, senza adeguate garanzie, potrebbe tradursi in un’anticipazione della pensione pagata attraverso un assegno più basso per tutta la vita. Altro che abolizione della “Fornero” qui si tratta di UNA TRUFFA STUDIATA A TAVOLINO A DANNO DEI FUTURI PENSIONATI,
5. Chi rischia di perdere maggiormente con la nuova perequazione?
Le pensioni maggiormente esposte sarebbero quelle medio-alte e alte.
Non si tratta necessariamente di pensioni di lusso. Nella categoria possono rientrare anche ex dipendenti pubblici, insegnanti, dirigenti scolastici, funzionari, professionisti e lavoratori che hanno maturato assegni più consistenti dopo una lunga carriera contributiva.
Una pensione di 3.500 o 4.000 euro lordi mensili non può essere automaticamente assimilata a una prestazione privilegiata: spesso rappresenta il risultato di quarant’anni di lavoro e di contribuzione.
Con il nuovo meccanismo, secondo le percentuali anticipate, il taglio della rivalutazione diventerebbe progressivamente più incisivo al crescere dell’importo.
Per comprendere la dimensione del problema, proponiamo alcune simulazioni.
6. Quanto si perderebbe? Le simulazioni economiche
Per effettuare una simulazione utilizziamo:
- trattamento minimo INPS 2026: 611,85 euro mensili;
- inflazione ipotizzata: 2,9%;
- percentuali di rivalutazione: quelle diffuse nelle anticipazioni sulla Manovra 2027.
Le soglie, sulla base del trattamento minimo 2026, sarebbero le seguenti:
| Soglia | Importo lordo mensile |
|---|---|
| 4 volte il minimo | 2.447,40 € |
| 5 volte il minimo | 3.059,25 € |
| 6 volte il minimo | 3.671,10 € |
| 8 volte il minimo | 4.894,80 € |
| 10 volte il minimo | 6.118,50 € |
Attenzione: gli importi che seguono rappresentano una simulazione del mancato recupero dell’inflazione rispetto a un’ipotetica rivalutazione integrale al 100%, applicando la percentuale annunciata all’intero assegno. Non sono una quantificazione definitiva della perdita rispetto alla normativa vigente: per quest’ultima occorre conoscere il testo definitivo e la sua precisa modalità di applicazione. Non sono inoltre importi netti in busta pensione.
| Pensione lorda mensile | Rivalutazione ipotizzata | Mancato recupero mensile | Mancato recupero annuo (13 mensilità) |
|---|---|---|---|
| 2.500 € | 90% | 7,25 € | 94,25 € |
| 3.200 € | 60% | 37,12 € | 482,56 € |
| 3.600 € | 60% | 41,76 € | 542,88 € |
| 4.000 € | 50% | 58,00 € | 754,00 € |
| 5.000 € | 40% | 87,00 € | 1.131,00 € |
| 5.500 € | 40% | 95,70 € | 1.244,10 € |
| 6.200 € | 35% | 116,87 € | 1.519,31 € |
| 7.000 € | 35% | 131,95 € | 1.715,35 € |
| 8.000 € | 35% | 150,80 € | 1.960,40 € |
Questi numeri consentono di comprendere quanto possa essere rilevante la riduzione della rivalutazione.
Ma c’è un aspetto ancora più importante: la perdita non si esaurisce nel primo anno. Se un incremento non viene riconosciuto, la pensione parte dall’anno successivo da una base più bassa. Di conseguenza, anche le rivalutazioni future saranno calcolate su un importo inferiore.
Il danno, quindi, può diventare permanente e cumulativo.
7. La Corte costituzionale ha già indicato i limiti entro i quali il Governo può intervenire
Non si può sostenere che la perequazione debba essere sempre e comunque riconosciuta al 100% a tutti i pensionati.
La Corte costituzionale ha riconosciuto al legislatore un margine di discrezionalità nella determinazione delle percentuali di rivalutazione.
Ma tale discrezionalità non è illimitata.
La sentenza n. 70/2015 ha ricordato l’importanza della ragionevolezza, della proporzionalità e della tutela dell’adeguatezza delle pensioni.
Più recentemente, con la sentenza n. 19/2025, la Corte ha ribadito che il legislatore può introdurre meccanismi di contenimento della rivalutazione, purché siano ragionevoli e proporzionati e tengano conto delle risorse effettivamente disponibili.
Questo significa che un eventuale nuovo intervento non sarebbe automaticamente illegittimo, ma dovrebbe essere valutato alla luce della sua struttura concreta, della durata, della platea coinvolta e dell’effettiva distribuzione dei sacrifici.
Non basta invocare genericamente la necessità di contenere la spesa pubblica.
Occorre dimostrare perché il sacrificio debba ricadere proprio sui pensionati e perché non siano percorribili soluzioni alternative.
8. La vera questione: perché devono pagare sempre i pensionati?
La domanda è politica ed è inevitabile.
Perché quando si cercano risorse finanziarie si torna sistematicamente a guardare alle pensioni?
Perché si considera la rivalutazione un costo da comprimere, anziché uno strumento indispensabile per proteggere il reddito di chi non ha più la possibilità di recuperare attraverso il lavoro quanto sottratto dall’inflazione?
E soprattutto: perché una misura presentata come conquista per i lavoratori più giovani o prossimi alla pensione dovrebbe essere finanziata facendo perdere potere d’acquisto a chi è già pensionato?
Il problema non è contrapporre lavoratori e pensionati. Entrambe le categorie hanno diritto a un sistema previdenziale equo, sostenibile e rispettoso dei contributi versati.
Il problema è una politica che continua a utilizzare la previdenza come terreno di compensazione delle proprie difficoltà finanziarie.
La proposta di pensionamento a 64 anni può essere discussa e valutata, ma non può diventare il pretesto per ridurre ulteriormente il valore reale delle pensioni in pagamento.
Se il Governo vuole introdurre maggiore flessibilità, deve finanziarla con risorse strutturali, non sottraendo progressivamente ciò che i pensionati hanno già maturato.
9. La posizione della FLP Scuola Foggia: la perequazione non è un privilegio, è un diritto da tutelare
La FLP Scuola Foggia ritiene che ogni eventuale intervento sulla perequazione debba essere valutato con estrema attenzione e contrastato quando determina un sacrificio sproporzionato a carico dei pensionati.
La rivalutazione non costituisce un beneficio aggiuntivo, ma una misura di difesa del valore economico della pensione.
Chi ha lavorato per quarant’anni, ha versato regolarmente i contributi e ha maturato il diritto alla pensione non può essere considerato una riserva finanziaria alla quale attingere ogni volta che occorre trovare coperture per nuove promesse politiche.
È necessario chiedere:
- La salvaguardia del meccanismo ordinario di perequazione per tutte le fasce di pensione.
- La rinuncia a qualsiasi modifica che determini un’ulteriore perdita strutturale del potere d’acquisto.
- La trasparenza assoluta sulle risorse utilizzate per finanziare il pensionamento anticipato a 64 anni.
- Una valutazione preventiva degli effetti economici delle nuove percentuali, con particolare riferimento ai pensionati del pubblico impiego.
- Il rispetto dei principi costituzionali di adeguatezza, proporzionalità e ragionevolezza.
Non è accettabile che il Governo presenti come una conquista previdenziale una misura per alcuni lavoratori e, contemporaneamente, chieda ad altri pensionati di pagarne il prezzo.
Dopo il 2014 e il 2015, non possiamo assistere a un nuovo capitolo di riduzione della perequazione senza una forte presa di posizione.
La pensione non è un regalo della politica. È il risultato di una vita di lavoro.
E il potere d’acquisto dei pensionati non può diventare il bancomat delle promesse elettorali.
A margine di quanto sopra, vogliamo precisare che:
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La simulazione economica è indicativa, basata sull’inflazione ipotizzata del 2,9% e sulle percentuali diffuse dalla stampa.
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Gli importi delle soglie sono calcolati sul trattamento minimo 2026 di 611,85 euro e dovranno essere aggiornati quando saranno noti i valori ufficiali del 2027.
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La proposta di uscita a 64 anni con 36 anni di contributi non va ancora presentata come un diritto già introdotto, anzi tutt’altro…..potrebbe essere la solita promessa che proviene dal solito….parlamentare…..
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Il testo definitivo della disciplina sulla perequazione dovrà essere verificato durante l’iter parlamentare
La prossima verifica decisiva sarà il testo ufficiale dell’articolato della Legge di Bilancio 2027 e l’eventuale emendamento sulla perequazione. Solo allora sarà possibile calcolare con precisione, pensione per pensione, quanto verrebbe effettivamente sottratto rispetto alla normativa vigente!!
FLP SCUOLA FOGGIA – SEGRETERIA PROVINCIALE
Difendere le pensioni significa difendere il lavoro, i contributi versati e la dignità di chi ha costruito il proprio futuro con una vita di sacrifici e cospicui versamenti di contributi previdenziali !!!
SE QUALCUNO HA PROMESSO, COME HA PROMESSO, E NON MANTENUTO GLI IMPEGNI ASSUNTI CON I LAVORATORI, NON E’ POSSIBILE CHE CERCHI DI DERUBARE I PENSIONATI E ILLUDERE I FUTURI PENSIONATI 64enni CON UNA PENSIONE CALCOLATA CON IL METODO CONTRIBUTIVO CHE COMPORTA UNA PERDITA, RISPETTO AL CALCOLO CON IL SISTEMA MISTO O RETRIBUTIVO, CHE PUO’ ARRIVARE ANCHE FINO A CIRCA 300 EURO MENSILI !!!