ASSENZA DI UNA POLITICA PER LA FAMIGLIA E CALO DEMOGRAFICO: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Si sta ampiamente parlando, l’ultimo in ordine di tempo è lo studio effettuato dalla Fondazione Agnelli, sulla base della ricerca ISTAT, del calo demografico previsto per il nostro paese fra  poco meno di 14 anni.

Infatti, i dati ISTAT, ripresi dalla Fondazione Agnelli, dimostrano come tutti i  governi che si sono succeduti in questi ultimi 25 anni hanno solo preannunciato serie politiche per la famiglia ma mai nessuno ha posto in essere misure idonee e incisive affinchè la famiglia nel nostro paese conservasse quel ruolo centrale per lo sviluppo della società

L’effetto che si è avuto, in Italia ma anche in tutte le maggiori nazioni occidentali, è sotto gli occhi di tutti: il numero medio di figli per donna nei paesi dell’Europa occidentale è diminuito da 2,8 nel 1960 a 1,6 negli anni Novanta.

In Italia, il problema della bassa natalità è particolarmente accentuato: il numero medio di figli per donna nel 2020 ha toccato il valore di 1,3. Questo andamento ci ha reso il paese europeo che in proporzione ha più ultra65enni rispetto alla popolazione!!!

Sino al 2020 le politiche per la famiglia si caratterizzavano per la loro frammentarietà e destinati a categorie di lavoratori e non alla generalità delle famiglie (es. assegni al nucleo familiare legati al lavoro dipendente, detrazioni fiscali irpef per figli a carico, e vari bonus una tantum come il Bonus Bebè o il Bonus Mamma Domani).

Nel 2022 si è avuta l’introduzione dell’Assegno Unico e Universale  presentato come  la più grande riforma monetaria degli ultimi decenni. Sono stati soppressi tutti gli incentivi raggruppandoli in un solo contributo mensile per ogni figlio a carico, calcolato in base all’ISEE, estendendolo per la prima volta in modo universale anche ad autonomi e disoccupati. Ciò ha anche comportato l’abolizione delle detrazioni fiscali sugli stipendi 

Anche la normativa sui congedi è stata progressivamente aggiornata per favorire una maggiore condivisione della cura dei figli tra padri e madri: si è avuto così :
  • Congedo di paternità obbligatorio:  progressivamente esteso fino a diventare strutturale a 10 giorni obbligatori retribuiti al 100% per il padre lavoratore dipendente.
  • Estensione dei congedi parentali (facoltativi): Negli anni sono aumentati i mesi indennizzabili (portati a 9 mesi complessivi per la coppia) e, con le ultime leggi di bilancio, la retribuzione di alcune mensilità è stata elevata dal 30% all’80% per incentivare i genitori a usufruirne senza subire eccessive penalizzazioni economiche.
Accanto a tali misure si è anche tentato di ridurre la  cronica carenza di asili nido che ha sempre determinato una marcata disparità fra regioni del nord e del sud. 
Ecco quindi sia  Il Piano Asili Nido del PNRR,  con lo stanziamento di miliardi di euro con l’obiettivo di creare oltre 200mila nuovi posti negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia, per avvicinare l’Italia all’obiettivo europeo di copertura, che il Bonus Asilo Nido che prevede un rimborso parziale o totale (parametrato sull’ISEE) delle rette per la frequenza di asili nido pubblici e privati.
Accanto a tali misure sono state introdotte norme tese a superare il concetto giuridico di famiglia adeguandolo ai cambiamenti in atto nella società (vedi eliminazione  della distinzione giuridica tra “figli legittimi” (nati nel matrimonio) e “figli naturali” (nati fuori dal matrimonio), sancendo il principio dell’unicità dello status di figlio, la regolamentazione delle  unioni tra persone dello stesso sesso e la  disciplina delle convivenze di fatto, estendendo tutele fiscali e assistenziali precedentemente riservate solo ai coniugi. 
Una serie di interventi finalizzati a contrastare il calo delle nascite e la tutela della famiglia e dei minori
Purtroppo, accanto a questi interventi nulla è stato fatto in termini di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro:  oltre il 60% degli italiani che desiderano “mettere al mondo figli o aumentare il nucleo familiare” dichiara ancora di dovervi rinunciare per ragioni economiche e strutturali. 

I risultati di tale politica “che ripetiamo è stata frammentaria e settoriale” è sotto gli occhi di tutti: I dati ISTAT dimostrano come  l’Italia nel 2025 ha registrato il suo minimo storico dal secondo dopoguerra con sole 355.000 nascite e un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, ben lontano dalla soglia di sostituzione demografica (2,1 figli).

Dal 2008 (quando i nati erano 577.000) si registra ogni anno una crescente  flessione complessiva del 38%. 

Il numero medio di figli per donna, come si diceva, è sceso a 1,14.

….E LA SCUOLA?

Questo trend incide pesantemente sulla composizione della popolazione scolastica: secondo l’ISTAT, la quota di giovani fino a 14 anni è destinata a contrarsi rapidamente, passando dal 12,4% all’11,2%. Solo per l’anno scolastico in corso, la riduzione è stata stimata in 134.000 studenti in meno in un solo anno.

I dati Istat evidenziano una forte discrepanza tra il desiderio di genitorialità e la realtà: se i desideri delle donne si fossero concretizzati, le nascite sarebbero state più del doppio (circa 760.000). Il 62% di chi non ha figli dichiara di aver rinunciato a causa di ostacoli economici, lavorativi e sociali.

E’ QUESTA LA RISPOSTA PIU’ CONCRETA PER AFFERMARE IL FALLIMENTO DELLE POLITICHE ATTIVE PER LA FAMIGLIA!!

LE CAUSE E GLI EFFETTI:

I vari studi ci dimostrano come, pur tenendo conto dell’aumento degli occupati in questi ultimi anni, in ogni caso aumenta anche l’instabilità del lavoro che si accompagna con la precarietà ovvero l’assenza in molti settori di tutele contrattuali, specialmente per i più giovani con una forte accentuazione penalizzante per le lavoratrici madri, l’effetto principale è sotto gli occhi di tutti: il rinvio continuo alla maternità o peggio la rinuncia definitiva a procreare. 

Le politiche per una maggiore estensione degli asili nido ha visto il diffondersi di quelli con  struttura giuridica privata, con costi elevati cui non corrisponde un adeguato “bonus” statale e orari lavorativi inconciliabili anche con gli orari degli asili nido comunali e statali (ma anche privati).

Il costo della vita unito alla mancanza di tutele reali ed efficaci per la “madre lavoratrice” sia sul lavoro che nell’ambito sociale, ha fatto il resto. 

QUALI EFFETTI SULLA SCUOLA ENTRO IL 2040?

La Fondazione Agnelli, ha tradotto questi dati demografici in proiezioni sull’ecosistema scolastico nei prossimi 15 anni: 
  • Crollo degli iscritti: Entro il 2040, le classi italiane perderanno circa 2 milioni di studenti. L’emorragia, iniziata anni fa nelle scuole dell’infanzia e primarie, sta già colpendo le scuole medie e si appresta a travolgere le superiori. 
  • Chiusura di classi e sezioni: La contrazione degli alunni comporterà la chiusura forzata di circa 95.000 classi a livello nazionale. 
  • Tagli al personale docente: A regole vigenti, la scomparsa delle classi si tradurrà in 160.000 posti/cattedre di insegnanti in meno entro il 2040.
Questo calo avrà effetti differenti nel nostro paese: La Fondazione Agnelli evidenzia una forte polarizzazione:
  • Il Sud e le Isole registreranno il tracollo peggiore, con una riduzione media degli studenti del 27% (punte del -40% in Sardegna e -30% in Puglia e Basilicata).
  • Il Nord subirà una contrazione più mitigata ma comunque severa (intorno al 10-15%), parzialmente frenata dai saldi migratori interni e dall’iscrizione di studenti con cittadinanza non italiana. 
L’analisi della Fondazione si concentra anche sul sistema 0-6 anni e sull’efficacia delle riforme correnti come il PNRR: 
  • Il ridimensionamento del PNRR: Proprio a causa della contrazione della fascia 0-2 anni (diminuita del 10% in cinque anni), il Governo ha dovuto riparametrare i target originari del PNRR Istruzione, tagliando oltre 114.000 posti previsti nei servizi per l’infanzia rispetto all’obiettivo iniziale.
  • Il rischio di contrazione dell’offerta: Il calo demografico rischia di spingere molti Comuni a ridurre i posti autorizzati nei nidi per risparmiare, anziché sfruttare la situazione per raggiungere la copertura universale e abbattere le forti disuguaglianze di accesso che penalizzano le famiglie a basso reddito. 

Per far fronte alla costante riduzione della popolazione studentesca, i recenti interventi normativi hanno introdotto il superamento della programmazione triennale degli organici, tornando a una determinazione annuale del personale per gestire con flessibilità i tagli di cattedre dovuti allo svuotamento delle aule. 

Ma uno degli effetti deleteri sulla scuola di tale situazione è quello che assistiamo nei nostri “piccoli centri”. Infatti, il crollo delle nascite produce due effetti diametralmente opposti a seconda della geografia e dell’urbanizzazione del territorio:

  • Nei piccoli borghi e nelle aree interne: La denatalità accelera la chiusura delle scuole per mancanza del numero minimo di alunni richiesto dalla legge per formare una classe. Questo porta alla proliferazione delle pluriclassi (bambini di età diverse nella stessa aula) o all’obbligo per gli studenti di spostarsi in comuni vicini. La perdita della scuola spesso decreta il definitivo abbandono demografico di questi paesi.
  • Il paradosso delle “classi pollaio”: Nelle aree metropolitane e nelle grandi città, il fenomeno delle classi sovraffollate (oltre i 25-27 alunni) non è ancora sparito. Questo accade perché il calo demografico generale viene annullato da fenomeni di migrazione interna (famiglie che si spostano verso i grandi centri per lavoro) e dalla concentrazione della domanda verso specifici istituti considerati “di prestigio”, creando una forte polarizzazione territoriale.

Da sempre come FLP SCUOLA FOGGIA sosteniamo che il calo demografico non deve essere visto come “un risparmio di spesa” per la scuola, anzi deve essere l’occasione per una rimodulazione organizzativa.

La stessa Fondazione Agnelli, suggerisce, infatti, come la riduzione di 160.000 cattedre entro il 2040 non deve necessariamente tradursi in licenziamenti o tagli lineari alla spesa. La Fondazione Agnelli (e molti esperti di politiche educative) suggerisce di trasformare questa crisi demografica in un’opportunità unica per migliorare la qualità della scuola, reinvestendo il personale in esubero in tre modi:

  • Riduzione del rapporto alunni/docente: Invece di chiudere le classi, si possono mantenere attive aule con 15-18 studenti. Questo permetterebbe una didattica più personalizzata, inclusiva e attenta ai bisogni formativi dei singoli, riducendo la dispersione scolastica.
  • Estensione del tempo pieno: Utilizzare i docenti disponibili per garantire il tempo pieno (fino alle 16:30 o 17:00) anche in tutte quelle regioni – soprattutto al Sud – dove oggi è quasi inesistente per mancanza di personale e strutture.
  • Comproprietà e potenziamento:
LA SPESA PER STUDENTE E GLI ALTRI PAESE EUROPEI
Il confronto tra l’Italia e il resto dei Paesi dell’Unione Europea evidenzia un profondo divario strutturale nella gestione delle risorse destinate all’istruzione:
Indicatore di Spesa Italia Media Unione Europea (UE)
Spesa pubblica per istruzione (in % sul PIL) Circa il 4,1% Circa il 4,7%
Quota di spesa pubblica totale destinata alla scuola In coda alle classifiche europee Tra le prime voci di bilancio
Spesa pro-capite per studente Inferiore alla media in quasi tutti i cicli scolastici Standard di investimento elevati
I nodi del divario economico
  • Spesa bloccata sugli stipendi: In Italia, oltre l’80% dei fondi destinati alla scuola serve a coprire gli stipendi del personale (che restano comunque tra i più bassi d’Europa). Rimangono pochissime risorse per l’innovazione didattica, la manutenzione degli edifici e i servizi accessori.
  • Il rischio dei tagli legati alla denatalità: Poiché l’Italia spende già meno della media europea in rapporto al PIL, la tentazione politica di utilizzare il calo degli studenti per ridurre finanziamenti alla scuola aggraverebbe il ritardo del Paese. Al contrario, i partner europei tendono a mantenere stabile la spesa complessiva anche se i bambini diminuiscono, aumentando così il valore dell’investimento reale per ogni singolo studente.
Questa breve analisi, che trae spunto proprio dallo studio della Fondazione Agnelli sulla base dei dati ISTAT, ci porta a sostenere nuovamente come il RECUPERO DELLA NATALITA’ passa attraverso serie e strutturali politiche per la famiglia che vanno dal sostegno economico “reale” alla natalità, alla tutela sul lavoro delle lavoratrici madri (maggiori tutele economiche, giuridiche e condizioni di lavoro (orari, assenze, garanzia di sviluppo di carriera, etc).
IL CALO DEMOGRAFICO va contrastato ma oggi resta un dato reale e per invertire la tendenza occorrono anni, motivo per cui dobbiamo prendere atto che in questi 15 anni che ci separano al 2040 occorre pensare seriamente a politiche attive che utilizzino il CALO delle nascite come una opportunità per migliorare servizi e condizioni di lavoro. 
ECCO UN REPORT DEL CORRIERE DELLA SERA SUL CALO DELLE NASCITE ED EFFETTI SULLA SCUOLA
Scuola, la denatalità e l'effetto banchi vuoti: «Perderemo 2 milioni di studenti»
SAPRA’ IL GOVERNO DEL 2027 E QUELLI SUCCESSIVI AFFRONTARE QUESTO DELICATO PROBLEMA CHE SI INTERCONNETTE CON L’INVECCHIAMENTO DELLA NOSTRA SOCIETA’ CON  MENO FORZA LAVORO A FRONTE DELLA CRESCITA DEL COSTO PER LE PENSIONI ? 
SAPRANNO LE COSIDDETTE OO.SS. DEI LAVORATORI SEDERSI A UN TAVOLO DI CONFRONTO CON I VARI GOVERNI E RINUNCIARE A PICCOLI CONTENTINI, CHE NON FORNISCONO ALCUN FUTURO, E PUNTARE INVECE SU VISIONE PROSPETTICA DI QUELLO CHE SARA’ LA CONDIZIONE DELLA FAMIGLIA, DELLE LAVORATRICI MADRI E IN GENERALE DELLA SOCIETA’ ITALIANA?
SULLA PROBLEMATICA  NESSUNO SI ESPONE CON PROGETTI SERI E CONCRETI MA SI VA AVANTI SOLO CON SPOT E PROMESSE ELETTORALI  DI COMODO CHE, DOPO IL VOTO, VERRANNO POSTE NEL CASSETTO.